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Ho fiumi di parole ancora da raccontare e ancora troppe poche lacrime. Mi è tornata così, la frenesia di questo mondo. La voglia di riconciliarmi. Mi sono ricordata di avere un nome e un posto in questo anfratto. In questi movimenti scheletrici ancora troppo amari.
Ci sono persone pericolose perché hanno questa smania di sopravvivere e di troncare la tua esistenza. Questo modo repentino di entrarti tra le lenzuola e stuprarti.
È come se avessi dormito per tanto, troppo tempo.
Ho buttato tutto all’aria per le persone che amavo, mi sono cambiata. Sono morta dentro me stessa per amarle, per custodirle. Solo per la semplice voglia di ascoltare le loro favole. Per sentire il profumo della vita ancora addosso, ancora pronto.
Ho avuto voglia di fare l’amore come il dolce sulle labbra, come il freddo d’estate, come il vento a scompigliarmi. Mi sono tagliata i capelli e la pelle per questa vita che ancora pretende, che ancora mi strappa.
Ora, mi taglio l’anima e partorisco figli morti.
Perché, nessuno ascolta.
Vorrei vivere la vita così come viene, ogni giorno.
Vorrei dormire.
Amare.
Sognare.
Avere sorrisi.
Avere sole sulla pelle.
Avere il dolce e l’amaro.
Scaldarmi da sola.
Vorrei che Elisa non avesse mai smesso di parlarmi.
Vorrei che Marco avesse accettato di venire a vivere con me.
Vorrei che mia madre capisse che ho bisogno di un aiuto. Di una forza.
Vorrei non dover dimostrare al mondo il mio essere fallimentare.
Non dover dimostrare agli altri di assomigliare a una persona perfetta. Perché non lo sono.
E ora vorrei solo vivere. Non esistere. Vivere.

Ci sono dieci tagli sulla mia pelle.
Il primo perché è capitato ieri sera di trovarmi in faccia alla cruda realtà. Ho guardato gli occhi di una donna stanca. Ho guardato in faccia mia madre e ho visto l'insoddisfazione. Ho visto e ascoltato parole di rimpianto. E urla e traffici accesi, spalmati contro il vetro tragico. Ho provato a sotterrarmi il cuore ma non ce l'ho fatta, e nell'esplosione del detestarsi ho provato quel cieco senso di colpevolezza per esser al mondo. Ho amato e odiato il mio egoismo, l'ho ricamato di poesia. Ci ho sputato in faccia e passato la lama sopra la mia pelle bianca, stanza per il prostituirsi delle lacrime di trucco nero colato.
Il secondo perché mi manca tremendamente mio padre. Negli attimi di primavera in cui giocavamo a sorriderci.
Il terzo perché ho perso lei che amavo. L'ho persa per la mia instabilità e per la sua mancata prontezza. Il pensiero amaro al risveglio del nostro incendio doloso mi spezza le unghie, non mi converte il respiro.
Il quarto perché vorrei non assomigliarmi in questo cerchio viziato del mio cuore. Vorrei essermi diversa. Vorrei avere la forza di guardarmi allo specchio quando dormo, quando piango, quando rido.
Il quinto perché se guardo il mio futuro non vedo nulla.
Il sesto perché pensavo l'amore sarebbe bastato, a farmi piangere il cuore di gioia irrefrenabile. Ho guardato la pioggia e l'amarezza me l'ha distrutta. Ho creduto in una storia d'amore che è diventata solo cieca dipendenza, credendo di potermi espiare il marcio da dentro. Ma il marcio ce l'ho nel sangue.
Il settimo perché non riesco più a scrivere. Non riesco più a darmi un senso.
L'ottavo perché ho montato un letto matrimoniale e non so che farmene. Forse, per guardare meglio la mia solitudine.
Il nono perché nessuno. Nessuno può capire il dolore che non prova e che io provo. E per quanti tentativi si possano fare nella vita si rimarrà sempre soli. Sempre. Per quante dolci parole. Per quanti inutili rancori repressi.
Il decimo perché non ritengo questa vita degna d'essere vissuta. Se non per sentirsi più morti ogni giorno di più.
Chiamatemi depressa. Disadattata. Maniaca. Malata mentale.
Inizierò una cura di psicofarmaci così potrete tutti dire che sono solo un caso patologico e un rifiuto.
Che il mondo non mi merita. Ma sono io, che non merito questo mondo.
sputato da: LibeLLuLaSangue allo squarcio delle giugno 15, 2008 18:16 | My Site | commenti (4) |permalink|Ti insegno le sillabe ma non credo nemmeno nell’amore. Credo nella poesia, nella sua nera catarsi.
Ti insegno a parlare come i fiori, ma non dici l’ultima parola.
Ci mastichiamo la lingua e sappiamo dello splendore nelle notti di fumo, quando abbandoniamo gli abiti per vestirci del noi stessi più veri.
È un amore che mi sta uccidendo, con sanguinaria passione. Con mistificato orgoglio.
Provo a dimenticarmi il suo nome. Provo a dimenticarmi l’odore di quando ti incontrai la prima volta.
Provo a dimenticarmi di me, che non voglio più vivere.
Che ho perso tutto. Tranne l’amore.
E forse nemmeno basta, per renderci immortali con quell’assenza che striscia, con quel rumore frantumato, con quella parvenza inedita.
Ci immagino ancora ingenui, pronti a non conoscerci. La conoscenza ci ha fratturati, piegati, incastrati. Come succubi di un’abitudine che non riusciamo a scacciare.
Vorrei che tornassero quegli istanti, quando ti ho mostrato il respiro aprendomi per te lo stomaco. Quando ti ho chiesto d’amarmi. Quando ero convinta che questo sarebbe bastato, per estirpare il male che è in me.

Avevi gli occhi stanchi. Ho corso veloce in quei pochi metri che mi separavano dalla tua abitazione. Avevo paura dei tuoi ghiacci o forse dei rammarichi appena sputati per telefono. Ho indossato la prima felpa che avevo buttato sul letto. È stata tutta una frenesia da quando mi hai detto che eri arrivata a casa. Che eri uscita da quell’incubo.
Mi fa mare saperti sui miei passi. Mi fa male saperti sola.
Ho percorso una strada che non percorrevo da anni. Ho lasciato la bici appesa al solito cancello da riverniciare, con i fiori non ancora sbocciati.
Avevi gli occhi stanchi quando mi hai fatto sedere sul letto della tua stanza cambiata. L’ho vista attaccata a ricordi svaniti, frantumati nel sogno di troppe veglie. Le tue.
Mi hai raccontato del tuo suicidio tentato. Come se ti si dovesse rimproverare di non esservi riuscita. Ho visto tagli profondi sulla tua pelle. E per un attimo ho sentito la similitudine sederci accanto. Ho ritrovato il legame che tra noi due credevo perso.
Mi hai detto che da 5 mesi sei bulimica. Che ti hanno chiusa in un reparto di psichiatria simile ad un manicomio che non avresti mai voluto vedere. Che non avresti mai dovuto vedere.
Ho desiderato per te tutto quello che io non ho mai avuto in tanti anni di sofferenza. Ho desiderato i sorrisi e ho provato a dartene. Ho provato a dirti che a 18 anni la vita è ancora tanta. La vita da vivere. E non vale la pena di trascinarsi nell’esistenza incerta. Ma non ero credibile nemmeno a me stessa. Nemmeno sincera nell’anima.
Lo so bene cosa provi, cosa covi, nel tuo guscio ancora intatto. Nel tuo muro contro il mondo. Nel tuo anestetizzarti con tutti quei farmaci.
Come aiutarti, se non con la mia unica presenza?
Io non sto tremando ora. Ho solo pezzi della mia carne che volteggiano per la stanza trasudante. Vorrei abbracciarti e dire che tutto andrà bene. Che dormirai un sonno come quello dei bimbi, appesantito dal rimprovero dei vizi.
Il nostro vizio è la sofferenza, ci sviscera all’interno come fango nudo.
Il nostro vizio è la distrazione, s’incunea sui nostri fianchi e non lascia tregua.
Il nostro vizio è il bisogno sempre assente degli altri, il nostro infimo sbigottimento di fronte a non obbiettive circostanze. Chiedi amore e questo è tutto. Ti si compiace il cuore in una morsa nel pensarti raffinata e circoscritta. Come un triangolo dall’assurda goniometria inscritto in questo mondo di mostri generati dal sonno dei bambini quiescenti.

Io. Non. Tremo.
E' solo un pò di me che se ne va.
Ti socchiudo gli occhi mentre mi cerco una regolamentare argomentazione. Ti disegno i contorni egli occhi e poi mi siedo in un angolo a contemplare la me stessa più sbilenca. Te lo spiegherei tutta la notte tagliandomi le vene delle braccia per te. Ti concederei di estrarmi il cuore dal fragile petto purché tu capisca la mia verità più frammentaria. Il mio desiderio d’esser isolata da ogni percezione comunemente raffinata in distillerie di rarefatte emozioni. Tra gli spasmi dell’indecenza ho colto questo strusciarsi degli attimi castrati al loro indeciso futuro. Mi sono macchiata del sangue che mi puntellavo tra le braccia. Che scorreva dal cuore crudo e incolto come acerbo frutto da masticare. Ho animato i nostri matrimoni amandoti di pendagli a correggerti quelle distrazioni poco corrette, che mi riversavano gli incubi. Ho amato ogni singola sillaba come fosse la prima di uno straordinario percorso che ci ha volti alla disintossicazione di noi stessi. Che ci ha condotti agli antipodi scremati di un’esistenza senza l’insistenza procace di quel verme riverso che si addobba d’abitudine malsana. Mi sono ammazzata i respiri per donarti i miei orgasmi liquidi e mai sprecati. Mi sono ingoiata le lacrime del rammarico mentre contavo le farfalle a dividerci. Mentre chiudevo gli occhi al frastuono della ruggine a corroderci. Mi sono immaginata la nostra vecchiaia, semmai c’arriveremo. Semmai sarà davvero vecchiaia o passività sottovuoto. A coricarci la sera come due ombre dilatate in filiformi commiati.
Se guardo i rumori e lo strepitio di chi c’accompagna in questa avventura favolosa vedo il buio rimirato dei giorni che ancora ci spettano. Che questa vita furiosa a infiltrarci prepotente ci ha condannato a vivere. L’egoismo del suicidio è gioia d’alto borgo. Il limbo pauroso dell’ignominia è il nostro assedio.
Amami. Stanotte e la notte dopo ancora come non hai mai fatto. E ogni giorno come io amerò te. Finché morte non ci separi.
Amen
Sono morta.
Oggi ieri e domani.
Sono morta-
Non ho vita.
Non ho impegno e nemmeno dolore.
Mi sento come se avessi indossato il vestito da principessa per la festa
e [alla fine] avessi rinunciato a parteciparvi.

Mi chiedo cosa muova il tuo coraggio. Abbiamo ancora così tanto di noi. I brandelli misurati di un passato infelice. Di caldo e fiumi e incontri mancati. Tu eri bella sì. Bella come solo gli angeli sapevano essere. Avevi lunghi capelli neri e labbra rosse a mostrare la tua malizia ogni volta poco esposta, ma abbastanza visibile per occhi come i miei. E poi c’era l’indignazione. Per quelle corse in bici lungo campi di grano e i vestiti giusti perché non si impregnassero di fumo. Portavi sempre una boccetta di profumo in borsa e un pacco di gomme americane. Nel qual caso ci avessero scoperte. Nel qual caso avessero potuto percepire il tuo alito.
Eppure avevi sempre quegli occhi ebbri. Nonostante le mille cose che andavano male. Nonostante le droghe e l’amarezza del disincanto. Avevi quel cupo pulsare di cuore, e braccia, e vene. E tutto in te si risvegliava, a darmi vita come poche cose. Ogni volta era un parto di gioia, per chi l’ebbrezza ce l’ha nel sangue, e non nello spirito.
Eri bella sì. Ma un giorno le cose cambiarono. Vicine e compagne, tu andasti via. In una scuola lontana. Da poco mi è giunta notizia che hai perso quella voglia di vivere. Che ti sei trovata un lavoro. Che tutto è andato a farsi fottere. Che i tuoi piani probabilmente non erano andati come avevi previsto. In questa società che società non è. Che ti hanno tolto tante cose, come il sorriso. Quel sorriso che ammiravo bambina vedendotelo risplendere addosso. Avresti potuto con esso fagocitare l’universo. Avresti potuto dirmi allora che non c’era niente di sbagliato. Niente che non funzionasse.
L’altro giorno sono entrata nel lungo corridoio grigio per vedere ancora camici bianchi. Per sentirmi dire del mio cuore malato. Del mio sangue corrotto. Erano sedie allineate come piccioni su un filo elettrico. Aspettavo che impazzissero e mettessero un po’ di confusione nell’eccessivo ordine degli ambienti ospedalieri. Tu eri lì in piedi, che aspettavi alla mia stessa porta. Alta. E ancora quei capelli lunghi fino alla fine della schiena dolcemente arcuata. Truccata forse eccessivamente, con un rossetto troppo vistoso. Forse volevi nascondere il tuo sorriso perso. Quella malizia che non ho più visto. Vestita di marca, fiera. Ho visto una donna che ha alienato le sue percezioni bambine. E mi sono chiesta cosa muova il tuo coraggio. Di sopravvivere senza l’infantilità nel guardare.
Forse non mi hai riconosciuta. Io i capelli lunghi li ho tagliati da un pezzo, cara Gloria. Da quando mi sono accorta che tutte le favole raccontate. Non esistono. Che a questo mondo le favole sono illusioni. Mi hai guardata come si guarda un ricordo, e hai sussurrato un “ciao”. Mi sono seduta accanto a te per aspettare. Forse il mio turno, forse la morte delle incertezze. Non abbiamo parlato. Disabituate alla vicinanza, all’eccessivo contatto, ormai perduto. Però i nostri respiri coincidevano.
Non esistono le favole, Gloria. E un giorno ci ritroveremo io e te a contare i pezzi perduti nel nostro cammino.

E poi mi ripeto che prima o poi sarà l’ora. Mi subisso le mani tra i capelli e la percezione dell’intorno si dilata quasi a pressare le sfibrate molecole d’aria. Ho una piccola busta accanto e tutto l’amore custodito dentro. Aspetto di vedere con te quel concerto. Ho comprato il tuo biglietto prima del mio. Ho speso tutti i miei piccoli risparmi.
Credo che ci sia qualcosa di inconfondibilmente amaro in tutto questo. Prefisso i nostri attimi insieme credendo che non esista l’opportunità.
[Ma poi] mi trovo davanti a parole da scrivere e gocce dalle labbra a domandarmi quanto esistiamo. Quanto siamo vivi dentro questa cuspide del rammarico. Che ruota e si tormenta nella frenesia del risveglio. Mi ingoio le lacrime e credo per noi nella luce. La luce come unica possibilità di questo acido lattico che ci invade le vene.
Sogno i ventri colorati delle fate al mattino e la loro rugiada da assaporare e passarti sulla lingua.
Ho turgide emozioni da sfogliare e il loro sapore che mi impedisce di convivere con la mia identità. Non è portandomi via da me stessa che mi guarirai. Che mi renderai felice. E in ogni molecola scontrosa del nostro essere vicini è una convivenza congeniale con la mia accettazione. L’accettazione del miei stati infermi.
Mi caverei gli occhi per mostrarti la meraviglia che mi fai vivere.
Stringi le mie mani. Custodisci in te l’amore che ancora sei in grado di rapire e denudamene.
Se lo lasci lì tornerà indietro. Uccidendomi.


Ho visto i tuoi occhi in una fredda giornata di non ricordo che mese. Forse era marzo. Forse novembre. Avevo tanta voglia di scappare allora. Avrei dato l’anima per ammirarmi distante, per scorgere la latitudine del tramonto. Avrei calpestato mari, deserti e discariche pur di abbandonare quella mano che mi stringeva. Avrei venduto il cuore per venir via con te. Non sapevo dire cosa ci fosse in quello sguardo. Non sapevo dire cosa mi rapì. E forse non lo so dire tutt’ora. Ma qualcosa si mangiava pezzi di noi. Di me.
Fumavi una sigaretta con l’aria fintamenefreghista. Di chi non vuol sapere. Di chi ha ancora tanto da buttare e poco da sperare. Ho cercato di annullarmi i neuroni e non guardarti, ma non ne sono stata capace.
Dicevano non mi avrebbe mai battuto il cuore. Dicevano che la mia casa era una ragnatela. Una ragnatela di costrizioni e coercizioni in questa fottuta società.
Quando ti conobbi smisi di vestirmi di nero. Era ancora troppo forte e troppo debole quella rete di compromessi. Quella sorta di equilibrio mancante ma agonizzato che ho cercato per nascondermi dal mio riflesso in ogni cosa. Dal riflesso del mio fallimento. Preferivo scomparire e concretizzare i miei atomi in quella città di cartapesta.
Sei entrato nella mia vita con una violenza inaudita. Hai stuprato i miei ricordi e li hai messi a drogarsi negli angoli della mia coscienza. L’hai fatto senza ritegno.
Mi hai spalmato addosso i tuoi baci. E per chi come me vede l’Inferno da una vita e viene catapultato in pochi attimi in Paradiso è stata la scossa più feroce. Più inaspettata.
Non hai avuto pietà. E io non mi sono vergognata di tradire l’abitudine. Tu di tradire il tuo migliore amico. Ci abbiamo creduto. Ci abbiamo creduto come chi crede in qualcosa che non è un semplice sogno.
Mi sono stretta nel mio amplesso e ho deciso di cambiare. Non mi sono innamorata semplicemente di te. Mi sono innamorata del sogno che avevo per me stessa. Che conservavo al caldo del mio grembo facondo come una figlia. Di come avrei voluto diventare e non ci ero mai riuscita finora.
Ho tagliato corti i lunghi capelli neri. Non avevo più bisogno delle mille favole a coprirmi il volto stravolto. Li ho tinti di rosso. Rosso come la passione che provavo per te. Rosso come il colore del sangue che sentivo prepotente a incenerirmi le vene. Ho tolto borchie e anelli. Ho tolto vestiti neri. Ho tolto tagli dalla mia pelle. L’ho ridisegnata liscia e bianca.
Il giorno del nostro primo incontro da soli, quando molti giorni erano passati da quel cambiamento, ci siamo rotolati nell’erba a sniffarci i respiri. Abbiamo riso come bambini sotto il cielo freddo di un compleanno appena passato. Di un amore ancora da costruire con i nostri cuori intonsi.
L’amore è una cosa strana e travolgente. Ti perseguita i giorni scordandosi dei tuoi respiri. Ti mangia le arterie aspettando che tutto riprenda la sua lucidità ad attimi alterni, noncurante delle frenesie che incute.
Sono quasi sei mesi.
Sei mesi che non ho smesso un solo istante della mia flebile vita. Di amarti. Di custodirti. Di amplificarti. Non ho dimenticato le mie paranoie cardiopatiche. Non ho smesso di soffrirne. Ci sono cose in ognuno di noi che non si possono arginare, ma dilagano incessantemente nel nostro subconscio a mangiarci come cellule marce o semplicemente malformate. Ci sono grida disperate per telefono e boccette di Pasaden non chiuse bene a tormentarci l’immagine delle sere abbracciati.
E non sto qui a raccontare la favoletta del cazzo. Siamo tutti soli. Tutti. Inesorabilmente. Di fronte all’agonia dell’essere vivi e morti negli stessi istanti. Dimentichi del passato e del futuro.
Una volta mi hai detto che ora, almeno, siamo soli in due. In quella distanza anni luce che ci rimanda l’immortalità.
Essere soli in due. Non socialmente utili in questo mondo che gira fregandosene. Colpevoli forse solo di questo. Ogni sera insieme aspettiamo che il sonno arrivi ad avvolgerci il torpore. Raschiamo la nudità delle stelle sulla nostra pelle e accendiamo la lucetta rossa.
Ho smesso di drogarmi. Perché tu. Tu sei la droga più potente. E gli orgasmi che mi dai sono come dieci paste in un colpo solo.
Ho ripreso a studiare. A farmi clonare da questa quotidianità sapendo che presto o tardi arriverà il momento in cui ti rivedrò. Annullo la noia che mi mangia il fegato con le più banali ricorrenze e tutto si anestetizza se penso che potrò presto ancora annusare il tuo odore. Iniettarti le mie unghie in quel piacevole dolore che mi provoca il sentirti dentro di me. A spingere quasi volessi annullare le nostre pelli. Quasi volessi fagocitarmi e rendermi parte della tua stessa carne.
Quasi sei mesi che non vedo nulla se non la tua perfetta simmetria nel comportarti. Il concetto primo del nostro viverci distanti come principio attivo del segreto più mieloso del mondo.
sputato da: LibeLLuLaSangue allo squarcio delle maggio 02, 2008 11:45 | My Site | commenti (9) |permalink|